set
28
2009
“Non piangermi più a lungo”
Autore: andrea
Ti saluto per sempre amico mio, addio, ti ho voluto bene, te ne voglio ancora. Delle volte si piange più per un’amicizia morta, di quanto si piangerebbe per un amico morto. Truman Capote l’aveva capita fin dall’inizio, lui, con la sua vita sgangherata, infanzia infelice, traumatizzata, senza speranza, lui che aveva creduto che il massimo del massimo sarebbe stato mettere piede nell’alta società, in quella che è una casa costruita sulla sabbia, senza fondamenta, coi muri vecchi e decrepiti che sembrano nuovi. Si versano più lacrime per le preghiere esaudite, che non per quelle che sono rimaste lassù, inascoltate, in attesa, in coda. Chi siamo noi per giudicare il tempo in cui Dio deve rispondere, se deve rispondere. Nulla. Non sono altro che una misera canna spezzata dall’uragano. Ti saluto per sempre, addio. Lo dico a te, a te che sei stato una delle preghiere esaudite, a te che ho voluto un bene gratuito, disinteressato, senza mai pretendere nulla in cambio, a te che sapevi farmi sorridere con uno sguardo, a te che sapevi rendermi migliore semplicemente con la tua presenza.
Il dubbio fortifica, santifica, meglio di un bagno in un’acquasantiera, pretende risposte, le ottiene come capitò a Giobbe, che non perse tempo, interrogò e mise in crisi Dio, l’unico che poteva rispondere, l’unico che poteva sapere. Quando dubito che Dio esista, capita spesso, faccio tre cose: guardo gli occhi più belli del mondo, mi specchio in loro e attraverso di loro vedo e comprendo me stesso, la mia miseria, la mia infinita piccolezza, apro la Bibbia, e leggo McCarthy. Un motivo c’è. McCarthy fa quello che fa da sempre la letteratura americana, sonda il mistero dell’uomo attraverso le praterie sconfinate, i luoghi più sordidi e violenti della frontiera americana.
Per comprendere il mistero dell’esistenza bisogna essere il rinnegato dei rinnegati, l’ultimo reietto dei reietti, un lupo solitario mandato via a calci dal proprio clan, braccato da uomini e animali, inseguito dal proprio passato, in cerca del proprio futuro. Il poeta, l’artista, lo scrittore, non cerca né applausi, né sguardi felici. E’ lì, solo, mentre attraversa il deserto in cerca di una fonte santa e pura in cui ristorarsi. Un lupo solitario. La notte è calata lì sull’orizzonte, mentre il lupo si trascina faticosamente sull’altura ricoperta di sabbia, guarda la luna, ulula, poi guarda a terra, e con la zampa insanguinata traccia una linea, poi un’altra, un’altra, un’altra. Un quadrato. Si accuccia lì nel mezzo, riposa. Non aveva mai voluto essere solitario. Avrebbe voluto un clan, un branco, qualcuno da servire, da stringere a sé. Eppure il clan lo ha respinto, abbandonato.
Oggi è un giorno speciale. Mi pare di vederlo, sempre che esista, sempre che sia mai esistito, sempre che sia ancora vivo, il vecchio Osama bin Laden, festeggiare nel suo bunker dorato tra le montagne del Belucistan con otto candeline esplosive il più grande massacro di tutti i tempi, il più grande attentato terroristico della storia. Philip Roth aveva già previsto tutto quando aveva scritto “Pastorale Americana”, dove Merry, giovane figlia balbuziente del campione dei campioni, di Seymour Levov, detto lo Svedese aveva deciso di dichiarare guerra al conformismo americano, portando la guerra in casa, facendo saltare in aria un ufficio postale. Tesi complottista a parte, prendete in mano “Prima del prossimo attacco”, del Prof. Bruce Ackerman della Yale University (Ed. Vita e Pensiero, Milano 2006).
Tutto era disgustosamente sporco. Eravamo seduti a mensa mentre tutti mangiavano, contenti di quello che avevano sotto i denti, nel piatto davanti a loro, contenti di poco, seduti uno accanto all’altro, bei sorrisi, gran saluti, bacini sulle guance, bei vestiti e profumi costosi, telefoni cellulari all’ultimo grido. Il cuoco toccava ogni cosa con le mani, la carne, le patate, il burro, le verdure, i soldi, poi, tutto sudato, si portava le mani al viso e se lo puliva, e mentre lo faceva gli rimanevano attaccati pezzetti di cibo che ricadevano inumiditi di sudore nelle vaschette lì sotto, da dove, con un mestolo da due soldi, scavava con forza per riportare alla luce quei pezzetti di cibo, muffe, vermi, che serviva gentilmente alla fila davanti a lui. Tutti erano bravi, nessun rumore, nessuno urlava, tutti sorridevano in silenzio, era già successo, chi non aveva rispettato la fila, o chi aveva osato parlare ad alta voce, chi aveva fatto osservare che tutto era un putridume, era stato cacciato via a calci dalla mensa. Il cuoco non aveva fatto una piega, non si era minimamente scomposto.
Andare per la prima volta a Londra è un po’ come farlo per la prima volta. Si ha un po’ paura, ma nello stesso tempo si muore dalla voglia di iniziare, di continuare, di andare a fondo. Questo è il paragone terra a terra. Per essere un po’ più poetici, diciamo che andare a Londra, mettere per la prima volta il proprio piede marino nella terra d’Albione, in quella che è stata la capitale dell’Impero, è un po’ come elevarsi a pensieri più alti, allontanarsi dal mondo sensibile per proiettarsi verso il mistero e l’infinito. Immersi come siamo nelle nostre piccolezze comunali, provinciali e nazionali, delle volte, un viaggio all’estero è purificante come un bagno in un’acquasantiera. Ti rigenera. Ma andiamo con ordine. Parliamo del senso dello stato, dell’appartenenza alla propria identità, dei concetti di popolo, storia, futuro. Ho lasciato l’Italia nel bel mezzo delle polemiche più assurde per i festeggiamenti del 150esimo dell’Unità d’Italia. Non voglio entrare in questa discussione, o meglio, non voglio farlo come lo si fa in Italia, tirando in mezzo la Lega e il suo pseudo nazionalismo padano o come fa una certa parte della destra che, forte del proprio folklore, calca l’onda nazionalista e accentratrice.