mag
24
2010
La Signora di tutti i popoli
Autore: andrea
Ecco, questo giorno è arrivato. Lo attendevamo come terra arida e senz’acqua. Il giorno in cui si festeggia la discesa dello Spirito Santo deve essere considerato come quello è che è, ossia il vero fine di tutta la vita Cristiana, il premio, ciò cui ogni umile pecorella dovrebbe aspirare. Leggetevi il bellissimo dialogo di Mitovilov con San Serafino di Sarov, santo ortodosso del XIX secolo venerato anche nella Chiesa Cattolica. La sua missione infatti è stata quella di estendere gli insegnamenti monastici di contemplazione e disprezzo del proprio corpo ai laici. Sosteneva infatti che lo scopo della vita cristiana non fossero né i sacramenti, né i digiuni e nemmeno la preghiera (questi sono i mezzi, non il fine), ma l’acquisizione dello Spirito Santo. E quale modo migliore di festeggiare la Pentecoste se non con una delle preghiere più belle che siano state date direttamente da Maria, la Madre di Dio, durante le apparizioni di Amsterdam, che avvennero tra il 1945 e il 1959? Nessuno ne parla, nessuno lo sa. Eppure, come sembra ammettere lo stesso Vescovo di Haarlem/Amsterdam in una lettera datata 2002 (già nel 1996 ne aveva autorizzato la Venerazione) Maria è apparsa per quattordici anni a quella che allora era poco più che una bambina, Ida Pererdeman, proprio il 25 marzo, giorno dell’Annunciazione (in quell’anno era domenica delle Palme). Nella storia della Chiesa e dell’umanità, quando Maria è apparsa (sempre a bambini, spesso piccoli e analfabeti, proprio perché non si potesse dubitare della veridicità dell’apparizione) lo ha sempre fatto con un perché, per un motivo ben preciso. E così è successo ad Amsterdam, luogo dove seicento anni prima era accaduto il Miracolo Eucaristico. (continua…)
Il trucco è nelle parole. Dare alle parole un significato diverso da quello che hanno, usarle in maniera distorta, manipolarle, mettere assieme parole che, prese da sole sarebbero in conflitto, e far sembrare che invece possano andare bene insieme. Si fa una gran confusione, per esempio, sul tema del “testamento biologico”, su un ipotetico “diritto a morire”, sul significato di parole come “autodeterminazione” e “volontà”. Per non parlare dell’espressione tanto usata “consenso informato” sulla quale si discute troppo poco. Prendo spunto, nello scrivere questa riflessione, che sarà a metà strada tra un ragionamento “tecnico” e un discorso umano e politico, dall’incontro che si è svolto ieri sera a Riccione, proprio a riguardo del Testamento biologico. Mettiamo un po’ di ordine. Nella Costituzione, sia in quella scritta, sia nelle sentenze della Corte Costituzionale, non si parla di “diritto a morire”. Non esiste. Non c’è nessun diritto umano, fondamentale, costituzionale, che tuteli il diritto del malato a morire. Tanto è vero che, facendo per esempio riferimento al caso Welby, se il malato rifiuta delle cure, non si sta parlando propriamente di “eutanasia”.
Ritradurre la Bibbia, dall’inizio alla fine (ammesso che ci sia un inizio ed una fine), avventurarsi in una terra che ci appartiene dal profondo, che ci chiama a sé in tutto, dalla carne al sangue, all’anima e allo spirito. Che senso ha gettarsi in questa impresa, con il rischio essere insultati e derisi da chi la Bibbia la brucerebbe, e lapidati come eretici da chi invece la Bibbia la studia, la legge con fede durante la preghiera, nel Tempio? Forse siamo matti. Anzi, lo siamo sicuramente. Io in primis. Ma vedete, avventurarsi nella lettura e nella traduzione del testo sacro per eccellenza, non è una robetta così, da prendere sotto gamba. Le parole sono pietre, l’ho detto già un sacco di volte. Alcune sono dei sassolini, altre sono pesanti come macigni. Ma io chi sono, per permettermi tutto questo, mi chiedo la notte, mentre sudo e non riesco a dormire e mi rigiro nel mio letto? Sono un folle avvolto in una tunica bianca, pieno di una follia che hanno solo i pazzi e i bambini, i profeti, che cammina scalzo, senza farsi male, su un terreno arido e senz’acqua che aspetta assetato la discesa dello spirito, la sua pentecoste. La terra è quasi sabbiosa, secca, di un rosso che tende all’arancione. “E’ bene aspettare in silenzio la salvezza del Signore” si legge nel libro delle Lamentazioni. Sì, ma che significa aspettare? Non si può nemmeno iniziare a fare qualcosa, chessò chinarsi a prendere una pietra, metterne una sopra l’altra, costruire sulla terra un qualcosa che assomigli al Regno di Dio? Certo, si rischia un bel po’. Una cosa è certa. Arrivati dove siamo, una certezza l’abbiamo. Questo è il tempo della misericordia, non della giustizia. I tempi nuovi sono alle porte, tutto si realizzerà compiutamente. Ecco cosa fa quell’uomo che indossa una tunica bianca.