giu
21
2010
Un esame di maturità così, non serve a nulla
Autore: andreaLettera aperta ai maturandi e ai loro insegnanti di scuola superiore
Cari ragazzi e cari Professori,
Si avvicinano le date degli esami di maturità. In questi giorni, chiunque di noi conosca un ragazzo o una ragazza che debba affrontare l’esame di stato, si deve fare delle domande. A cosa serve l’esame? E’ solo una verifica delle conoscenze acquisite durante l’ultimo anno di scuola, durante tutti i cinque anni, oppure è un qualcosa di più, un’occasione importante della vita che ragazzi e professori, il più delle volte, si lasciano sfuggire? Sia che la si veda dal punto di vista dei ragazzi, sia che la si veda dal punto di vista degli insegnanti, gli esami non sono altro che l’ennesima occasione buttata a mare. E non solo da un punto di vista umano. Ma anche didattico, educativo. L’esame di maturità, affrontato nel modo in cui lo affrontano la stragrande maggioranza degli studenti e dei professori, non serve a nulla. Tempo perso. Una pura “vestigia” del passato, una forma senza la sua sostanza. Anzi, peggio: la forma dell’esame di maturità è la sua stessa sostanza. Ed è questo il dramma. Prendiamo per un momento in considerazione quei ragazzi che si stanno preparando per gli scritti e per gli orali, che stanno passando i giorni sui libri e che pensano all’esame di maturità come all’esame della vita, a quell’esame da cui dipende la loro carriera scolastica e lavorativa. Per che cosa studiano? Per chi lo fanno? Per loro stessi, per i genitori, per una loro soddisfazione personale, per fare bella figura con i professori, per competere con i loro compagni di classe, in una sorta di “olimpiade” di studio matto e disperatissimo? (continua…)
Si dice che la politica sia in crisi, che non sappia più rispondere alle esigenze della “gente”, che si perda in mille rivoli, personalismi, interessi e giochini di potere. Un po’ sarà anche vero. Il punto è che lamentarsi non serve a nulla e a nessuno. E’ anche una questione d’età: sopra i “quaranta” il lamento diventa un passatempo per chi lo mette in pratica e una vera e propria “rottura” per chi ascolta; sotto i “trenta” invece, il lamento, dovrebbe essere proibito, un tabù. Bisogna rimboccarsi le maniche, se c’è qualcosa che non ci sta bene bisogna mettersi in gioco, provare a starci, a metterci la faccia. Gli uomini non si possono cambiare, ma le cose, qualche volta, sì. Prima di tutto cambiando noi stessi. Che la politica sia in crisi, lo capiamo guardandoci attorno: a Bologna il Commissario Cancellieri riscuote più successo di qualunque sindaco che i Bolognesi abbiano mai avuto. E se un po’ deve preoccupare il fatto che un funzionario dello stato, non eletto dai cittadini, riesca a combinare di più di chi per anni è stato legittimato dal “popolo”, deve in un certo senso preoccupare il fatto che sia più piacevole ed educativo ascoltare parlare un Vescovo o un Sacerdote dei temi che possono interessare la “polis” piuttosto che qualsiasi politico, magari plurilaureato, e legittimato dal sistema democratico dei partiti. Faccio mio il sogno del Cardinal Bagnasco, che è poi quello del Cardinal Bertone e di Papa Bendetto XVI: il sogno di una nuova generazione di politici cattolici.