Archivio per dicembre, 2010



BOCCHINO - FINIVisto da Londra, il teatrino della politica italiana è ancora più triste. Nel Regno Unito nessun gruppo parlamentare si sognerebbe mai di far cadere un governo legittimamente eletto. Nemmeno dopo le “feroci”proteste degli studenti fino alla vigilia del voto per l’aumento delle rette universitarie (in confronto ai manifestanti italiani, quelli inglesi sono degli agnellini belanti) Nick Clegg si è sognato di far cadere il Governo Cameron. Eppure Clegg ne avrà di problemini. Come andrà a spiegare ai suoi elettori il fatto che non ha fatto nulla per impedire l’aumento delle rette, dopo che, in campagna elettorale lo aveva promesso? La risposta è: problemi suoi. Funziona così. Eletto un Governo, governa. Se poi, alla prossima tornata elettorale, gli elettori non gli rinnovano la fiducia, si va a casa. Fine dei problemi. Ecco come funziona qui. In Italia no. Berlusconi è stato eletto, no? Bene allora ha il diritto di rimanere al governo. Poi alle prossime elezioni, si vedrà. Se non piace più non verrà eletto. E di certo ha più legittimità lui a stare al governo di tutti gli altri deputati messi assieme (dato che, sia a destra che a sinistra, a causa di una sciagurata legge elettorale, deputati e senatori sono nominati, non eletti con voto di preferenza). E ora, che la fiducia al Governo è passata, facciamoci due domandine. Ma poi, questo Fini, perché ha fatto tutto questo caos? Posso capire se avesse avuto un progetto politico. Una proposta politica. E invece no, niente di tutto questo. Fini e i suoi “compagni” hanno bloccato per mesi i lavori del Governo, per cosa? Non si riesce bene a capire per cosa. Ma vogliamo parlare del nome del fantomatico partito finiano? “Futuro e libertà”. Li chiamano Futuristi. (continua…)

Julian Assange, l’uomo più famoso del momento si è da poco consegnato nelle mani della Giustizia inglese. Già qualche giorno dopo che le rivelazioni del network Wikileaks avevano fatto montare su tutte le furie i Governi di mezzo mondo, primo fra tutti il Governo degli Stati Uniti d’America, Assange, la “Primula Rossa”, era ricercato dalle autorità. Ma da quali autorità? E ricercato per cosa? Ricercato su “due livelli”. Il primo, è quello ufficiale, “legale”. Assange era (ed è ancora oggi) ricercato dalla magistratura svedese per un’accusa di stupro e di “sesso non protetto”. Ma allo stesso tempo, Assange era (ed è ancora oggi) ricercato per via ufficiosa dai servizi segreti americani. E, oltre da questi, da chissà quali altri servizi. (continua…)

6-berlusconi-fazzoletto-07Eccomi qua caro Silvio. Sono qui seduto alla mia scrivania. Do sfogo alla mia malinconia e ti scrivo da Londra, un città che non ha più nulla di malinconico. Sempre che mai abbia avuto qualcosa di malinconico. Ti scrivo e, scrivendoti, faccio quello che nessuno mai dovrebbe fare. Considerare un leader come un uomo. Un uomo normale, semplice. Un uomo che piange, che ride, che mangia come tutti gli altri esseri umani di questa terra. Ho detto che è una cosa che non bisognerebbe mai fare. Mai guardare ad un “potente” come si guarda ad un essere umano. Perché allora, ogni ipotetico errore commesso, ogni aspettativa tradita nei confronti del “popolo”, sia essa grande o piccola, riacquista un peso diverso. Il “giusto” peso. Ossia che siamo tutti uomini, che si può sbagliare, che si delude, che si cade e poi ci si rialza.

Che i nostri errori non ci definiscono, non ci determinano. Cosa non si perdonerebbe ad un amico? Cosa non si giustificherebbe ad una persona che, proprio perché come noi, capiamo che può sbagliare, può deludere, può persino farci incazzare? Se non ci è già successo, domani potremmo essere noi a deludere qualcuno. Ecco perché ti scrivo questa lettera. Tu, caro Silvio, non mi conosci nemmeno. E nemmeno io ti conosco. Cioè, so che esisti. Ma il sapere che esisti non mi fa dire che io ti conosca. Non so qual è il tuo piatto preferito. Non so che musica ascolti. O quali sono i libri sul tuo comodino. Non so quali sono stati i tuoi sogni da bambino. Non so quello che ti fa piangere e quello che ti fa ridere. Non ti conosco. Devo confessarti che ti ho sempre stimato. E continuo a stimarti. Nonostante tutto quello che si dica su di te. Nonostante tu non mi abbia mai contattato dopo quel giorno, al meeting di Rimini, quando io, che avrò avuto quattordici anni sì o no, ero riuscito a buttarmi in mezzo alla folla per stringerti la mano. Ero riuscito a farcela, te l’avevo stretta forte e mentre te la stringevo per quei pochi secondi che le circostanze mi permettevano, ti avevo passato in mano un foglio di carta. (continua…)

Sono sicuro che almeno una volta nella vita vi è capitato di vedere il bellissimo film di Peter Weir, “L’attimo fuggente” con Robin Williams. Se non avete avuto questa fortuna, mi spiace per voi, appoggiate il giornale sul tavolo, uscite di casa, andate al primo vide a nolo che vi capita, e prendetevene una copia. Così almeno potrete capire quello che sto per raccontarvi, il tremendo abisso che passa tra l’Italia e la Gran Bretagna quando si parla di scuola, università, metodo d’insegnamento. Noi la chiamiamo “Istruzione”. Loro, gli Inglesi, la chiamano “Education”. Se ci pensate bene infatti, parlando di sostanza, non c’è molta differenza tra un manuale di istruzioni della lavatrice e il metodo italiano di insegnamento. Il professore si siede in cattedra e inizia a parlare. Gli studenti si siedono e, da bravi, prendono appunti. Scrivono, scrivono. E il prof parla, parla. Il più delle volte il professore ha i capelli bianchi. Li ha solo sui lati però. Perché ciò che lo contraddistingue è una bella “pelata”. Ecco come si svolgono le lezioni all’italiana. (continua…)

Nel mondo, ora, si parla troppo spesso di “amore”. I film parlano di amore. Le canzoni, sia quelle che ascoltano i teenagers, sia quelle che ascoltano gli adulti, i “grandi”, parlano di amore. E poi ci sono i libri, i giornali. Tutti parlano di amore. E tutti, proprio tutti, hanno la ricetta giusta per individuare l`amore vero, per curare i “mali” d`amore, e chi piu` ne ha piu` ne metta. Chissa` perche` nessuno parla mai dell`amicizia. Forse perche`, il confine tra “amore romantico” (quello che noi chiamiamo amore) e l`amore “amicale” (quello che noi chiamiamo amicizia) non e` poi cosi` spesso. E` sottile, molto sottile. Anzi, il Cristianesimo ci direbbe che sono due facce della stessa medaglia. Sono due “cose” che si completano a vicenda. E che, sempre a vicenda, completano l`Uomo. O forse, si fa fatica a parlare di “amicizia” perche` in fondo, se guardiamo bene dentro noi stessi, non ci crediamo poi chissa` quanto. Passi che ci sia qualche pazzo nel mondo che crede nell`amore romantico, in una relazione platonica o passionale che sia, tra un ragazzo e una ragazza. Ma che sia ancora, su questa terra, qualcuno che crede ancora all`amore amicale, all`amicizia? Roba da matti. Gia` e` difficile trovare l`amore con la A maiuscola. Tutti sono in cerca di piacere, di sesso, di soddisfacimento del proprio Io. Figuriamoci se e` mai possibile trovare l`amico vero. (continua…)

A Londra fa buio presto, molto presto.  Se di giorno c`e` il sole, non piu` tardi delle cinque e mezzo,  le nuvole tornano indietro, si fanno piu` forti e arroganti, prendono il sopravvento sulla luce, e, nel cielo inizia una lotta, una battaglia di luci e di ombre, come Constable sapeva ben mostrare nei suoi quadri. Ora a Londra sono le appena passate le sei. Felicity, una ragazza di origini giapponesi, venti anni appena, bellissima, mi manda un messaggio sul cellulare. “Vuoi venire alle sette, con me e alcuni amici, a Warren Street? Ci vediamo davanti alla fermata della metro”. E io rispondo, “molto volentieri, ma a fare che?” E lei risponde candidamente: “andiamo a dire il rosario in strada, sul marciapiede, davanti alla Clinica Marie Stopes, una delle cliniche piu` “avanti” nel praticare aborti”. “Ok”, le dico. “Per le sette sono li`”. Arrivo di corsa, cambiando solo una volta la metro, dato che, come se qualcuno mi stesse facendo un dispetto, la metro su cui ero salito, che doveva fermarsi a Warren Street, tira dritto, fino alla fermata dopo. Vabbe`, cambio metro, arrivo alla stazione. Guardo l`ora. Sono le sette e dieci. Passo i tornelli. Esco fuori. Sono le sette e dieci e qualche secondo e un vento fortissimo si e` alzato su tutta Londra. Felicity e` li` che mi aspetta, insieme ad un altro suo amico. Ci incamminiamo a piedi, verso la clinica. Lungo il tragitto mi spiega che alcuni dei suoi amici fanno parte di un`organizzazione molto attiva nella lotta contro l`aborto. E che si vedono li`, sul marciapiede di fronte alla clinica, ogni santo giorno, dalla mattina alle nove fino alla sera alle nove. Fanno un po` per uno, si danno il cambio. Pregano. (continua…)

Questa settimana parliamo di Universita`. Qui nel Regno Unito, tanto per cominciare, non si parla di “istruzione”, ma di “Education”. Se, come poi e` vero, le parole sono pietre in quanto racchiudono in loro un significato ben preciso (tanto che e` difficile trovare sinonimi nel senso stretto del termine) e` facile capire la differenza. Mentre noi Italiani pensiamo all`Universita` come un luogo in cui vai, ti siedi, ascolti, prendi appunti e vai a casa a studiare come un matto, qui funziona in modo diverso: ti prepari per la lezione una settimana prima, vai, ti siedi, e inizi a discutere con il professore e gli altri compagni di corso. Ecco la differenza tra “Istruzione” (apprendimento passivo) e “Education” (apprendimento attivo). Mentre nel primo caso ti e` richiesto di stare attento mentre ti viene letteralmente vomitata addosso tutta una serie di nozioni, nel secondo caso ti e` richiesto persino di pensare. Guarda un po` che roba. Dopo di che, diamo pure a Cesare quello che e` di Cesare: non tutti i professori universitari in Italia impostano il loro metodo di insegnamento al “passivo”. Ma sono rare eccezioni. Altra differenza fondamentale: qui, l`Universita`, e` vista come un qualcosa di utile. E quando dico “utile”, lo intendo nel vero senso della parola. Mentre in Italia infatti l`Universita` spesso e volentieri e` un parcheggio in attesa di entrare nel mondo del lavoro a furia di calci e spintoni grazie all`amico dell`amico, qui l`Universita` e` una sorta di bottega. (continua…)

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published on “La Voce di Romagna”  on 29th september 2010