Archivio per la categoria ‘Costume & società’



Ho sempre avuto una certa antipatia nei confronti dei nomi delle vie, della cosiddetta “toponomastica”. Un po’ perchè mi fa letteralmente ridere il fatto che una città (qualunque essa sia) dedichi dei viali a poeti illustri, personaggi di spessore, scienziati e uomini politici, senza sapere nulla di loro, senza che la loro storia, le loro gesta, le loro opere letterarie abbiano fatto un minimo di differenza tra gli abitanti di quella città. In poche parole, strade, viottoli, viali e vie, per non parlare delle piazze, vengono dedicate con troppa facilità. E, la mia antipatia, è anche dovuta al fatto che spesso quei personaggi non appartengono per nulla alla città, agli abitanti. La toponomastica è diventata una sorta di Pantheon politicamente corretto degli dèi Mani che sono degni di essere ricordati, menzionati, citati. Niente come la toponomastica si presta a strumentalizzazioni politiche, a rivendicazioni ideologiche. Fateci caso: non appena cambia il regime, prima ancora di cancellare la storia, si cambiano i nomi alle vie. Ecco perchè io, personalmente parlando, eliminerei totalmente i nomi dalle “vie”. Mettiamo dei numeri al posto dei nomi. Facciamo come fanno già negli States. Via 1, via 2, via 33. Oppure delle lettere. Via A, Via B, Piazza Rw. Se per caso vi trovate in una città in cui non siete mai stati prima, se le vie sono contrassegnate da numeri o lettere, sarà più facile trovare la via che cercate. Anche se si tratta del viottolo più piccolo e più imbucato. La matematica è matematica. Ogni numero ha un suo posto ben preciso, così come le lettere. Questo gran casino delle vie si vede benissimo a Riccione. Pensiamo solo a Viale Dante. Quanti Riccionesi pensano alla Divina Commedia mentre passeggiano tra le vetrine dei negozi, e spendono i soldi di papà? Cosa c’entra Riccione con Dante Alighieri? Pensiamo a tutte le altre vie, come il quartiere dedicato ai fiumi. Via Panaro, via Sesia, via Po. La maggior parte dei Riccionesi non sa nemmeno che sono fiumi, figurarsi se sanno dove si trovano. Nemmeno con la cartina davanti. E poi scusate, ma che senso ha, a Riccione, avere dei viali dedicati a fiumi? Oppure pensate al quartiere, in zona nord, dedicato alle cittadine liguri. Pensate ad alcuni viali del Paese, dove nemmeno la furia comunista, con l’ansia tremenda di cancellare tutto ciò che ricordasse il passato fascista e coloniale, è riuscita a spazzare via la toponomastica legata alle città d’Africa e all’epoca coloniale. Per non parlare del quartiere dedicato ai poeti come Tasso, Leopardi, Foscolo, e chi più ne ha più ne metta. Cosa volete che gliene freghi ai Riccionesi della “Gerusalemme Liberata”, dei “Sepolcri” o dello Zibaldone, del Canto notturno di un pastore errante nell’Asia? Non sono “cose” utili per un Riccionese che si rispetti. (continua…)

b770c0abd7cc339230f2bc6183b4950dfde31cadfb457ec2Io lo dico da tempo: il futuro della tv, ma forse anche il futuro del grande schermo, saranno le pubblicità, intervallate da cortometraggi o lungometraggi. Pubblicità intervallate da film, da programmi tv. Non è un caso che spesso, gli spot pubblicitari fanno più discutere di qualsiasi altra cosa che passa. Oggi, dicono più le pubblicità dei telegiornali (parlo per l’Italia almeno). Prendete per esempio l’ultimo spot pubblicitario in termini di tempo della catena francese della multinazionale Mc Donald’s. Cercatelo su internet, e godetevi lo spettacolo. La scena, all’interno di un McDonald’s, si svolge più o meno così: l’inquadratura iniziale è fissa sul viso di un ragazzo (uno di quei ragazzi belli, tipicamente francese, viso pulito, tra i diciotto e i venti). Il ragazzo sta parlando al cellulare e si gira fra le mani una foto. Con voce sommessa e dolce. Dice: “Ciao, sto guardando la foto di classe. Mi manchi molto…”. Poi la telecamera si sposta, il ragazzo butta un occhio alla fila alle casse. Vede il padre, che si accinge ad arrivare con i vassoi in mano. E continua, sempre al telefono: “Devo riattaccare…sta arrivando mio padre…ciao”. Il padre si siede di fronte a lui. Si guardano dolcemente. (continua…)

Non so il perchè, ma noi, noi che viviamo in quest’epoca, in questo secolo, in questi anni, siamo molto fortunati. Anzi, il perchè lo so eccome. E’ la prima volta, dai tempi di Gesù, che l’Umanità sta vivendo un’occasione straordinaria: la possibilità di comprendere fino in fondo la storia passata e quella presente. Perchè? Grazie a Maria, la Madre di Dio, che sta apparendo instancabilmente in vari punti della Terra, portando a tutti noi un messaggio di speranza e di amore.

Pensiamo solo agli Apostoli o agli ammalati che hanno avuto la grande, grandissima fortuna di incontrare Gesù in carne ed ossa, di poter sperimentare in prima persona la bellezza dei suoi insegnamenti, dei suoi miracoli, del fatto che seguendolo, con fede, potevano ottenere il centuplo quaggiù e la vita eterna lassù. Mica poco. Anche perchè il miracolo dei miracoli non è mai la guarigione fisica. Il vero miracolo è la conversione, il dono della Fede. Eh sì, perchè se il corpo guarisce, tanto, prima o poi, si muore. Ma se l’anima e il cuore si convertono e abbracciano Dio, allora è fatta. Anche la vita, con le sue croci e le sue sofferenze, ha un gusto diverso.

Oggi invece, sebbene non abbiamo la possibilità di conoscere Gesù come lo hanno conosciuto gli Apostoli, noi siamo più fortunati, persino degli Apostoli, persino di coloro che, come riportano le Sacre Scritture, sono stati miracolati nel corpo e nello spirito da Gesù in persona. Perchè? Prima di tutto perchè Gesù è vivo. Vive nell’Eucarestia. Secondo perchè, come dicevo prima, Maria sta apparendo in vari punti della terra, per cercare di riportare gli uomini a Dio, a Cristo, per richiamarci alla conversione. Il mondo così non va. Lo vediamo tutti, no? Il Male sembra prevalere sulla terra. Ovunque ci sono guerre, morte, divisioni. E l’uomo, in tutto questo caos, in tutto questo disordine, che fa? Si allontana sempre di più da Dio e va sempre di più verso la sua stessa distruzione. Ma Maria viene, si manifesta, per dirci che, anche se verranno tempi sempre più duri, chi sarà con lei, non morirà, non soffrirà. In poche parole, chi segue Gesù e Maria si salverà dalle catastrofi che attendono l’umanità. (continua…)

Lettera aperta ai maturandi e ai loro insegnanti di scuola superiore


Cari ragazzi e cari Professori,

Si avvicinano le date degli esami di maturità. In questi giorni, chiunque di noi conosca un ragazzo o una ragazza che debba affrontare l’esame di stato, si deve fare delle domande. A cosa serve l’esame? E’ solo una verifica delle conoscenze acquisite durante l’ultimo anno di scuola, durante tutti i cinque anni, oppure è un qualcosa di più, un’occasione importante della vita che ragazzi e professori, il più delle volte, si lasciano sfuggire? Sia che la si veda dal punto di vista dei ragazzi, sia che la si veda dal punto di vista degli insegnanti, gli esami non sono altro che l’ennesima occasione buttata a mare. E non solo da un punto di vista umano. Ma anche didattico, educativo. L’esame di maturità, affrontato nel modo in cui lo affrontano la stragrande maggioranza degli studenti e dei professori, non serve a nulla. Tempo perso. Una pura “vestigia” del passato, una forma senza la sua sostanza. Anzi, peggio: la forma dell’esame di maturità è la sua stessa sostanza. Ed è questo il dramma. Prendiamo per un momento in considerazione quei ragazzi che si stanno preparando per gli scritti e per gli orali, che stanno passando i giorni sui libri e che pensano all’esame di maturità come all’esame della vita, a quell’esame da cui dipende la loro carriera scolastica e lavorativa. Per che cosa studiano? Per chi lo fanno? Per loro stessi, per i genitori, per una loro soddisfazione personale, per fare bella figura con i professori, per competere con i loro compagni di classe, in una sorta di “olimpiade” di studio matto e disperatissimo? (continua…)

C’è un piccolo e semplice strumento che i Comuni possono adottare per aiutare le famiglie numerose e bisognose. Non costa nulla e porta piccoli ma concreti e tangibili benefici, vantaggi e agevolazioni alle famiglie che, proprio in questo momento storico, soffrono di più per la crisi e fanno fatica ad arrivare a fine mese. Sto parlando della “Family Card” (per chi non parla la lingua d’Albione, si tratta di una “Tessera Famiglia”), ossia una Carta emessa senza costo dai Comuni che permette a chi ne ha diritto, di ottenere agevolazioni e sconti applicati direttamente dalle aziende e dagli operatori commerciali. La Provincia di Roma e altri enti pubblici e Comuni ci hanno già pensato. Come funziona? E’ semplicissimo. Il Comune (o la Provincia) si siede attorno ad un tavolo con le categorie economiche e gli operatori commerciali dei centri storici e delle periferie che dimostrano interesse verso questa iniziativa e decide le modalità attraverso le quali individuare chi ha diritto ad ottenere la Family Card. Una delle modalità è quella di far muovere insieme il criterio del numero di figli e quello del reddito. Come fa già la Provincia di Roma. Dai due figli in su, più figli hai e più il tetto del reddito si alza. A scaglioni. Una sorta di “scala mobile” che richiede un reddito più basso per chi ha meno figli e un reddito più alto per chi ha più figli. (continua…)

Caro Amico,

ti prego di scusarmi se ho deciso di scrivere questa lettera, che è per te, solo per te, e di pubblicarla, di farla leggere a tutti. Ma sai, non puoi immaginare quanto mi abbia toccato il cuore, nel profondo, l’altra sera, quello che mi hai detto. In fondo in fondo non ci conosciamo nemmeno io e te. Per uno come me, per il quale le amicizie sono più preziose e più rare dell’oro, per il quale gli amici, quelli veri, quelli che conosci a fondo e dai quali puoi permetterti di farti conoscere a fondo sono quasi impossibili da trovare, credimi, per uno come me, è stata una lezione di vita. Non ci conosciamo nemmeno, eppure hai trovato la forza e la voglia per aprire il cuore e raccontarmi qualcosa di te. Non pensare che sia banale, che quello che mi hai detto sia insignificante. Se sono qui che ti scrivo barricato nel fortino dei giuristi, a Bologna, dopo aver sospeso per un momento lo studio del processo penale, vuol dire che mi stai a cuore, che mi hai colpito, che non ho fatto altro che pensare a te e a quello che mi hai detto con gli occhi lucidi, l’altra sera. E cerco di vedere nei tuo occhi adulti gli occhi piccoli e spauriti che dovevi avere quel giorno di qualche anno fa. Poco più di un bimbo. Provo a immaginarti quando eri bambino. Perché tutto questo ti chiederai. In fondo, non ci conosciamo nemmeno. Perché l’ho imparato sulla mia pelle. La nostra vita non ha alcun senso, se non facciamo quello che dice il profeta Isaia, parlando di Gesù: ossia prenderci sulle spalle il dolore dell’altro, caricarcelo addosso, lungo la strada. Ed è più difficile provare a farlo, piuttosto che farlo fino in fondo. Purtroppo non posso spiegarti il perché, proprio nel giorno della tua festa, nel giorno della tua vera festa, quando il mistero del Dio fatto uomo ti veniva offerto per la prima volta, quella persona che tanto amavi ti è stata portata via. (continua…)

Proprio ora che la stagione estiva è alle porte, soprattutto nelle località turistiche come la Riviera Romagnola, inizia a comparire sotto gli occhi di tutti, nelle strade, quello che è il più antico mestiere del mondo: la prostituzione. Qui dalle nostre parti, dopo quello che aveva cercato di fare don Benzi insieme alla sua comunità, la prostituzione su strada era quasi scomparsa. Non se ne vedevano più poi tante di prostitute la sera, sulla statale, negli angoli bui delle strade trafficate. E don Benzi, che può essere tranquillamente considerato un santo, aveva dedicato gran parte della sua missione alla lotta alla prostituzione. Aveva aiutato tantissime ragazze ad uscire da quella vita maledetta, fatta di droga, sevizie, schiavitù. Erano ragazze che venivano in Italia perché magari qualche loro connazionale senza scrupoli faceva credere loro che poteva aiutarle a trovare un lavoro, e invece poi, si ritrovavano sulla strada, dove erano costrette a battere per soddisfare le esigenze di uomini sposati o giovani figli di papà. Chissà quante volte, studiando la storia di Roma, ci siamo indignati del fatto che esistessero gli schiavi. Esistono ancora gli schiavi. Sono proprio le prostitute ad essere le schiave dei nostri tempi. Quelle prostitute che si vendono perché lo vogliono altri, i loro aguzzini, che le picchiano, le costringono a battere, le rubano i soldi. Sì, è vero, non c’è solo questo tipo di prostituzione. C’è anche quella volontaria. Su questa non ho nulla da dire. (continua…)

La Chiesa è una grande foresta. E come in tutte le grandi foreste, quando cade un albero, c’è un gran rumore. Tutti gli animali sono spaventati, fuggono da ogni parte. Gli uccellini volano via, cercando di soccorrere i piccoli che se ne stavano ancora nel loro nido, sicuri. Gli scoiattoli corrono di qua e di là, cercando rifugio presso un altro albero, nella speranza che non cada pure quello, abbattuto da qualche taglialegna cattivo o da un fulmine malvagio. E ogni albero che cade non può che far male anche agli altri alberi, anche a quelli più saldi. Se infatti un albero sano e forte si trovasse vicinissimo a quello che cade, non potrà che farsi male anche lui, esserne in qualche modo scorticato, ferito. Se a cadere sono molti più alberi, allora si pone un problema non indifferente. Quella che prima era vista come una foresta bella, rigogliosa, forte, in grado di offrire rifugio e nutrimento a tutta una schiera di anime, inizia a perdere credibilità di fronte a tutti. Si inizia a dubitare anche degli alberi più belli, di quelli che paiono saldi, pieni di fiori e di frutti, ricchi di vita. Tutti quei poveri animali impauriti e in cerca di riparo si chiederanno se ne varrà la pena fidarsi di nuovo, provare a cercare rifugio presso gli altri alberi. E se cadranno anche loro? E se ci fidiamo degli alberi sbagliati? Molti così fuggono dalla foresta. Se ne vanno dalla Chiesa. Quello che bisogna fare in questi casi è mantenere la calma e pensare al fatto che, come accade di fatto in una foresta, fa molto più rumore un albero che cade, piuttosto che tutti gli altri alberi che crescono. E così è la Chiesa. (continua…)

E ora un po’ di ossigeno. Si parla di preghiera, quella vera, fatta con il cuore, semplice, quel dolce sussurro che parte dal cuore e arriva (ovvio, sto parlando per chi ci crede) dritto dritto in cielo, senza fronzoli, senza inni di particolare bellezza o complessità. Certo, nulla da ridire sugli inni composti per dare gloria a Dio. Però, la preghiera che viene dal cuore è tutt’altra cosa. Chi prega lo si vede. Lo si vede negli occhi. Gli occhi di chi prega hanno una luce particolare, un qualcosa che non si incontra da nessun’altra parte nel mondo. Lo so, non mi so spiegare. Però è così, basta essere allenati, un po’ attenti, e vedrete che riconoscere chi prega, sarà un gioco da ragazzi. Perché oltre ad un non-so-che che traspare dagli occhi, dal modo di sorridere, chi prega, vive la propria preghiera. Lo si vede nel modo di vivere la vita, di trattare gli altri, nel suo modo particolare di voler bene alle persone e di volere il bene delle persone che incontra. Non si tratta di buonismo. Non voglio essere frainteso. Chi prega si comporta in un certo modo nella vita perché la preghiera cambia la vita da così a così. Mettete la preghiera al centro della vostra vita e vedrete che avrete fatto la più grande delle rivoluzioni. Il mondo non ha bisogno di chissà quali cambiamenti, di chissà quali rivoluzioni. Il mondo ha bisogno di preghiera. E se ognuno di noi pregasse con il cuore, il mondo cambierebbe ed avverrebbe la rivoluzione delle rivoluzioni: la rivoluzione dell’Amore. (continua…)

Possibile che i bambini, in modo particolare i neonati, non si possano vendere legalmente? Capisco che c’è la Costituzione, e la Carta dei diritti umani, l’Unione Europea, le leggi, le sentenze che dichiarano che né il corpo umano né gli organi e né tanto meno i bambini possano essere venduti. Tutto giusto, per carità. Il punto è un altro. E mi è venuto in mente studiando la disciplina della patria potestà nel diritto costantiniano, all’epoca del grande imperatore Costantino e di Valentiniano III. Costantino fece moltissimo per evitare che i neonati venissero venduti. Garantì delle elargizioni alle famiglie che non potevano permettersi, a causa di una grave povertà, di mantenere i figli. E, siccome all’epoca non si scherzava, i figli che non potevano essere mantenuti o si uccidevano o si esponevano. (continua…)