Archivio per la categoria ‘Cultura’



Me ne frego di tutto ciò che è di “stringente attualità”. La letteratura deve essere inutile, non deve denunciare un bel niente, non deve avere alcun scopo politico, non deve pretendere di cambiare il mondo, le cose, le persone. Me ne frego di un romanzo che denuncia chissà cosa, che giudica, che vuole farci pensare che l’uomo possa non essere sempre lo stesso. La letteratura, quella vera, è quella che va in profondità dell’animo umano, dell’anima, delle paure, dei sogni, delle esigenze che gli uomini hanno sempre avuto, dal principio della creazione fino ad oggi. L’uomo non cambia. Una rockstar di Manhattan, l’Aborigeno australiano più selvaggio, un centurione romano, un fariseo che abitava ai tempi di Gesù, hanno tutto in comune. Stessi pensieri, stessi desideri, stessa sete d’infinito, stessi problemi e stesse sofferenze. Cambiano i costumi. Cambiano gli accessori. Cambia la tecnica. Ma l’Uomo, lui non cambia mai. Lo  diceva anche Miss Marple, celebre personaggio di fantasia uscito dalla penna geniale di Agatha Cristie. Ce lo dice persino la Bibbia, nel libro della Genesi (8:21): “Non maledirò più il suolo a causa dell’uomo, perché l’istinto del cuore umano è incline al male fin dalla adolescenza; né colpirò più ogni essere vivente come ho fatto”. Tutto il resto, non è letteratura, ma un qualcosa che si spaccia come tale senza esserlo. Lo dimostra anche il fatto che si calca sempre la mano sull’ipotetico scontro tra ricchi e poveri. Come se lo spartiacque sia la ricchezza. E, così, senza volerlo, si finisce per dare ai soldi, alla Borsa, più importanza di quanto non si vorrebbe dare. Chi ha detto che i buoni sono per forza i poveri? Il Male è il materialismo. Ma chi ha detto che “ricco” significa per forza “materialista”? Certi poveri sono molto più materialisti di certi ricchi. E’ una questione di pesi sulla bilancia. Per te, sia che tu sia ricco o meno, cosa pesa di più sulla bilancia? Ma lasciamo stare. Le cose da dire sarebbero tante. Per esempio: perché bisogna parlare male per forza del capitalismo? Perché invece del “socialismo” bisogna parlare sempre bene? Ve l’ho detto. Il vero cancro è il materialismo. Quel culto idolatrico da cui spesso gli uomini di tutti i tempi, di tutte le epoche, si sono fatti irretire, con l’illusione che con la “materia” si potesse sistemare tutto, si potesse far far la pace persino alle inquietudini del nostro animo, alle nostre domande esistenziali, ai nostri dubbi. Per dirla con Sant’Agostino, si è cercato e si cerca di “infinitizzare il finito” finendo inevitabilmente per tradire la natura umana. Leggetevi Dostoevskij. Leggetevi McCarthy. Aprite la Bibbia. Lasciate ai giornalisti da quattro soldi i commenti sui romanzi di “stringente attualità”. Come direbbe il Qoèlet  nella celebre traduzione di Guido Ceronetti: “Fumo di fumi, tutto è fumo”.

Pubblicato su “La Voce di Romagna” del 29 agosto 2010

Non ha senso andare a compilare una lista dei patrimoni dell’anima (sì, mi fa sorridere la parola “cuore”. Il cuore non esiste, non è altro che una funzione vitale, un organo, non è niente di trascendente. Quello che intendiamo esprimere usando la parola “cuore” è il concetto di “anima”. Iniziare a chiamare le cose con il loro nome è già un buon inizio). Non ha senso perché i luoghi, in sé, non hanno alcun valore. Nemmeno se ci scatenano chissà quale potenza onirica. Nemmeno il ricordo di qualcuno o di qualcosa ha senso. Tutto muore, tutto finisce. Tutto è superfluo. L’unico patrimonio dell’anima degno di essere chiamato tale è l’anima stessa. Anzi, è la sua tensione verso l’infinito, verso Gesù, verso Maria, verso il Padre, verso il suo creatore, verso chi la ama profondamente. Questo è il vero patrimonio dell’anima. Dopo di che, se notate quello che ho scritto sopra, noterete che ho barato. E’ vero che non esistono luoghi che in sé possano essere dei patrimoni dell’anima. Ma, per forza di cose, se è vero quello che ho appena detto, ossia che il vero patrimonio dell’anima è la sua tensione verso il divino, è anche vero che automaticamente scartiamo tutto un insieme di cose, di luoghi che non potranno mai essere presi in considerazione, proprio perché soffocano l’amore verso Gesù e Maria. E sì, perché che cos’è che spinge l’anima verso Dio, verso suo Padre? L’amore. Quell’amore di cui, basta guardarsi attorno, le anime cercano nel mondo, nelle persone, nelle cose più sbagliate, ricavandone per contro solo ferite, dolori, disperazione. Se c’è un luogo in cui, inginocchiandovi in preghiera, riuscite a dire un Ave Maria, riuscite a pregare con il cuore, in un dialogo profondo con Dio, raccontandogli tutto quello che vi opprime, le vostre sofferenze, i vostri dolori, ma anche le gioie, le cose belle; se c’è un luogo in cui riuscite a liberarvi delle zavorre del mondo, e, sempre inginocchiati in preghiera, riuscite a chiedere la grazia di perdonare e e perdonarvi, riuscite ad offrire le vostre preoccupazioni per le persone che amate; se c’è un luogo in cui capite che la vostra vita, ogni minimo particolare, ha un senso profondo; ma soprattutto, se c’è un luogo in cui riuscite a togliervi gli occhiali del mondo, che vi fanno vedere le cose offuscate e deformate, che non vi permettono di dare alle cose il giusto peso; se c’è un luogo dove riuscite a fare questo, consideratelo pure il vero patrimonio dell’anima. Ma prima, iniziate a dare da bere alla vostra anima. E vedrete che piano piano non avrà più sete. E’ una promessa. Non mia, ma del Vangelo. Bisogna solo crederci. E capisco che, per chi è imbevuto del mondo, la vera difficoltà, sta tutta qui. Come si dice: “chi riesce a vincere la lotta della preghiera, avrà vinto tutte le lotte”. Venite e vedete.

Pubblicato su “La Voce di Romagna” del 22 agosto 2010

Qualche giorno fa, in Europa, il Governo italiano ha promosso appello presso la Grand Chambre (la Corte deputata a fungere da secondo grado di giudizio per le sentenze emesse dalla Corte Europea per i Diritti dell’Uomo) contro la sentenza Lautsi, quella sentenza appunto che condannava lo stato italiano al risarcimento della Signora Lautsi perchè l’esposizione dei Crocifissi nelle aule scolastiche violava ( secondo il principio espresso nella sentenza, viola ancora) la libertà di pensiero, di coscienza e religiosa dei non credenti. Non ricorderò in questo articolo l’iter giudiziario (Tar, Corte Costituzionale, Consiglio di Stato, tutti espressisi in favore della presenza del crocifisso nelle aule) che ha portato alla pronuncia, nel 2009, della sentenza in questione da parte della Cedu. Quello che più deve far riflettere è il fatto che ad esprimersi in favore dell’appello promosso dal Governo italiano, è stato, il 30 giugno scorso durante l’udienza, il grande giurista ebreo Joseph Weiler, giurista che io ho avuto modo di apprezzare più volte durante gli incontri al Meeting di Rimini. Tutte le volte che l’ho sentito parlare, oltre all’enorme competenza giuridica che lo contraddistingue, ho potuto notare una grande umiltà, schiettezza, onestà intellettuale e simpatia. Cercatevi su internet l’arringa integrale del prof. Weiler, arringa che lui ha tenuto in rappresentanza delle parti terze (otto stati che sostengono il governo italiano nella sua battaglia), ossia di Armenia, Malta, Lituania, Russia, Bulgaria, Grecia, San Marino, Cipro. Leggendola capirete in quale profonda crisi di valori sia caduta l’Europa. Personalmente infatti, ritengo molto bello il fatto che un’arringa del genere l’abbia pensata e scritta un illustre accademico di religione ebraica, che si è presentato in udienza indossando la Kippah. (continua…)

Ecco, questo giorno è arrivato. Lo attendevamo come terra arida e senz’acqua. Il giorno in cui si festeggia la discesa dello Spirito Santo deve essere considerato come quello è che è, ossia il vero fine di tutta la vita Cristiana, il premio, ciò cui ogni umile pecorella dovrebbe aspirare. Leggetevi il bellissimo dialogo di Mitovilov con San Serafino di Sarov, santo ortodosso del XIX secolo venerato anche nella Chiesa Cattolica. La sua missione infatti è stata quella di estendere gli insegnamenti monastici di contemplazione e disprezzo del proprio corpo ai laici. Sosteneva infatti che lo scopo della vita cristiana non fossero né i sacramenti, né i digiuni e nemmeno la preghiera (questi sono i mezzi, non il fine), ma l’acquisizione dello Spirito Santo. E quale modo migliore di festeggiare la Pentecoste se non con una delle preghiere più belle che siano state date direttamente da Maria, la Madre di Dio, durante le apparizioni di Amsterdam, che avvennero tra il 1945 e il 1959? Nessuno ne parla, nessuno lo sa. Eppure, come sembra ammettere lo stesso Vescovo di Haarlem/Amsterdam in una lettera datata 2002 (già nel 1996 ne aveva autorizzato la Venerazione) Maria è apparsa per quattordici anni a quella che allora era poco più che una bambina, Ida Pererdeman, proprio il 25 marzo, giorno dell’Annunciazione (in quell’anno era domenica delle Palme). Nella storia della Chiesa e dell’umanità, quando Maria è apparsa (sempre a bambini, spesso piccoli e analfabeti, proprio perché non si potesse dubitare della veridicità dell’apparizione) lo ha sempre fatto con un perché, per un motivo ben preciso. E così è successo ad Amsterdam, luogo dove seicento anni prima era accaduto il Miracolo Eucaristico. (continua…)

Il trucco è nelle parole. Dare alle parole un significato diverso da quello che hanno, usarle in maniera distorta, manipolarle, mettere assieme parole che, prese da sole sarebbero in conflitto, e far sembrare che invece possano andare bene insieme. Si fa una gran confusione, per esempio, sul tema del “testamento biologico”, su un ipotetico “diritto a morire”, sul significato di parole come “autodeterminazione” e “volontà”. Per non parlare dell’espressione tanto usata “consenso informato” sulla quale si discute troppo poco. Prendo spunto, nello scrivere questa riflessione, che sarà a metà strada tra un ragionamento “tecnico” e un discorso umano e politico, dall’incontro che si è svolto ieri sera a Riccione, proprio a riguardo del Testamento biologico. Mettiamo un po’ di ordine. Nella Costituzione, sia in quella scritta, sia nelle sentenze della Corte Costituzionale, non si parla di “diritto a morire”. Non esiste. Non c’è nessun diritto umano, fondamentale, costituzionale, che tuteli il diritto del malato a morire. Tanto è vero che, facendo per esempio riferimento al caso Welby, se il malato rifiuta delle cure, non si sta parlando propriamente di “eutanasia”. (continua…)

Ritradurre la Bibbia, dall’inizio alla fine (ammesso che ci sia un inizio ed una fine), avventurarsi in una terra che ci appartiene dal profondo, che ci chiama a sé in tutto, dalla carne al sangue, all’anima e allo spirito. Che senso ha gettarsi in questa impresa, con il rischio essere insultati e derisi da chi la Bibbia la brucerebbe, e lapidati come eretici da chi invece la Bibbia la studia, la legge con fede durante la preghiera, nel Tempio? Forse siamo matti. Anzi, lo siamo sicuramente. Io in primis. Ma vedete, avventurarsi nella lettura e nella traduzione del testo sacro per eccellenza, non è una robetta così, da prendere sotto gamba. Le parole sono pietre, l’ho detto già un sacco di volte. Alcune sono dei sassolini, altre sono pesanti come macigni. Ma io chi sono, per permettermi tutto questo, mi chiedo la notte, mentre sudo e non riesco a dormire e mi rigiro nel mio letto? Sono un folle avvolto in una tunica bianca, pieno di una follia che hanno solo i pazzi e i bambini, i profeti, che cammina scalzo, senza farsi male, su un terreno arido e senz’acqua che aspetta assetato la discesa dello spirito, la sua pentecoste. La terra è quasi sabbiosa, secca, di un rosso che tende all’arancione. “E’ bene aspettare in silenzio la salvezza del Signore” si legge nel libro delle Lamentazioni. Sì, ma che significa aspettare? Non si può nemmeno iniziare a fare qualcosa, chessò chinarsi a prendere una pietra, metterne una sopra l’altra, costruire sulla terra un qualcosa che assomigli al Regno di Dio? Certo, si rischia un bel po’. Una cosa è certa. Arrivati dove siamo, una certezza l’abbiamo. Questo è il tempo della misericordia, non della giustizia. I tempi nuovi sono alle porte, tutto si realizzerà compiutamente. Ecco cosa fa quell’uomo che indossa una tunica bianca. (continua…)

Egregi Sindaci ed Egregio Presidente della Provincia,

vi scrivo questa lettera aperta pubblicandola sulla Terza Pagina de La Voce di Romagna, la più bella terza pagina di tutti i quotidiani italiani, nazionali o locali che siano. Vedete, non so se lo sapete, se ogni tanto la leggete o la seguite, ma da questa pagina, si partoriscono idee che se venissero messe in pratica, se venissero ascoltate, potrebbero rivoluzionare tutto il territorio. Questa volta vi proponiamo di prendere in considerazione l’idea di far nascere tra Rimini e Riccione un Salone del Libro. Come dice Davide qui sopra infatti, non sarebbe male sfruttare la presenza dei due Palacongressi che ci ritroviamo a così breve distanza. Potrebbe essere un’occasione unica. Tanto più che tutti i Comuni della Romagna (tra cui anche quello di Rimini) sostengono la candidatura di Ravenna a Città Europea della Cultura per il 2019. Ora, lo so che non bisogna prenderci in giro. Lo sappiamo bene che ogni idea, affinchè non rimanga tale, va calata nel contesto nel quale la si vuole applicare. Non possiamo pretendere di costruire un igloo nel bel mezzo della Savana. Questo lo so anche io. Con questo voglio dire che da noi non è che ci sia poi tanta Cultura in giro. Ora so che faccia farete. Alzerete le spalle e direte che state facendo il massimo per promuovere (uso apposta questo verbo perché il politichese lo ama molto) la Cultura: come per esempio il fatto che in spiaggia ogni bagnino abbia il proprio scaffalino pieno di libri (mioddio mi vien male solo a pensarci) o anche l’iniziativa che a Riccione sembra vada per la maggiore, ossia la collaborazione con La Stampa di Torino. (continua…)

Caro Amico,

ti prego di scusarmi se ho deciso di scrivere questa lettera, che è per te, solo per te, e di pubblicarla, di farla leggere a tutti. Ma sai, non puoi immaginare quanto mi abbia toccato il cuore, nel profondo, l’altra sera, quello che mi hai detto. In fondo in fondo non ci conosciamo nemmeno io e te. Per uno come me, per il quale le amicizie sono più preziose e più rare dell’oro, per il quale gli amici, quelli veri, quelli che conosci a fondo e dai quali puoi permetterti di farti conoscere a fondo sono quasi impossibili da trovare, credimi, per uno come me, è stata una lezione di vita. Non ci conosciamo nemmeno, eppure hai trovato la forza e la voglia per aprire il cuore e raccontarmi qualcosa di te. Non pensare che sia banale, che quello che mi hai detto sia insignificante. Se sono qui che ti scrivo barricato nel fortino dei giuristi, a Bologna, dopo aver sospeso per un momento lo studio del processo penale, vuol dire che mi stai a cuore, che mi hai colpito, che non ho fatto altro che pensare a te e a quello che mi hai detto con gli occhi lucidi, l’altra sera. E cerco di vedere nei tuo occhi adulti gli occhi piccoli e spauriti che dovevi avere quel giorno di qualche anno fa. Poco più di un bimbo. Provo a immaginarti quando eri bambino. Perché tutto questo ti chiederai. In fondo, non ci conosciamo nemmeno. Perché l’ho imparato sulla mia pelle. La nostra vita non ha alcun senso, se non facciamo quello che dice il profeta Isaia, parlando di Gesù: ossia prenderci sulle spalle il dolore dell’altro, caricarcelo addosso, lungo la strada. Ed è più difficile provare a farlo, piuttosto che farlo fino in fondo. Purtroppo non posso spiegarti il perché, proprio nel giorno della tua festa, nel giorno della tua vera festa, quando il mistero del Dio fatto uomo ti veniva offerto per la prima volta, quella persona che tanto amavi ti è stata portata via. (continua…)

Le parole ci assalgono, ci stringono, ma non ci soffocano, non catturano la nostra attenzione. Sono ovunque, sui giornali, alla tv, nelle orecchie. Le parole non contano più nulla, non ci dicono più nulla e, assuefatti come siamo alla loro presenza, non ne cogliamo nemmeno più il significato ancestrale e profondo che si nasconde come un serpente sotto le pietre calde e abbandonate. Le parole sono come lo zucchero nella civiltà del benessere. Una volta almeno era prezioso, ambito e ricercato dai bambini, dagli adulti. Oggi lo zucchero non se lo caga più nessuno. Fa vomitare anche i bambini, che non ne possono più. Per le parole è così. Vale la stessa musica. Ai cretini, ossia alla stragrande maggioranza delle persone, delle parole non frega nulla. Tutti che parlano, che dicono la loro, tutti che aprono blog su internet, che scrivono poesie come se stessero vendendo “prodotti tipici” al mercato. Dei giornali non ne parliamo neanche. Non li leggo più e non guardo nemmeno più la tv. Per qual che riguarda i giornali, leggo solo me stesso, quello che scrivo io. Molto meglio della maggior parte di quello che c’è in giro. Nella speranza che, anche quando mi capita di pubblicare qualcosa in Terza Pagina, non lo legga nessuno. Se nessuno lo legge è buon segno, almeno per me. L’oro, si sa, non è che sia nelle tasche di tutti. Per quel che riguarda la letteratura, ho deciso, da un po’ di tempo a questa parte, solo roba tosta, preferibilmente americana, ma anche russa. Il resto, fanculo. D’altronde, una cosa è certa. Nella letteratura funziona come nella storia. Guai ai Vinti, guai a coloro che sono sconfitti dalla mediocrità, dai soldi e dal potere, dal male, insomma, in poche parole, dalla merda. E alla merda si risponde solo con altra merda, sì con la merda gettata addosso a chi ci ha usurpato il podio pur non essendone all’altezza, a chi ha osato cingersi il capo di una corona d’alloro che non meritava. La folla chiede Barabba, si sa. Non certo chi ha una corona di spine. Che vi aspettavate? A proposito di Vinti. Date un’occhiata a “Dalla parte dei Vinti”, di Piero Buscaroli, ed. Mondadori. Non dico di leggervelo, ma per lo meno di sfogliarlo, così alla buona. Troverete un Novecento diverso, alla faccia del “revisionismo” ( o meglio, ala faccia del revisionismo inteso in senso spregiativo). Buscaroli è uno che sa la sua, che per dire “Io sull’Italia ci piscio” vuol dire che ha capito tutto. In fondo, a parte una accozzaglia di prodotti tipici e cavolate simili, l’Italia non è nient’altro, almeno adesso. E tutto fa pensare che non sarà nulla di buono nemmeno in futuro. Non possiamo farci nulla, se non auspicare catastrofi o la discesa di Arrigo VII. Date un’occhiata in modo particolare al capitolo dedicato al Giappone, all’incontro di Buscaroli con Moriaki Shimizu, diplomatico giapponese in Italia durante la Seconda Guerra Mondiale. Leggetevi soprattutto la storia del generale Tomoyuki Yamashita, colui che riuscì a far battere in ritirata l’esercito inglese in Malesia. Come? Guidando un esercito di soldati giapponesi che si spostavano in bicicletta, affamati, senza armi e munizioni. I copertoni delle biciclette se ne erano andati a farsi friggere, a causa del caldo. Ecco perché il rumore dell’avanzata giapponese condotta su biciclette che si muovevano su cerchioni d’acciaio doveva sembrare agli inglesi l’arrivo di chissà quale contingente armato. I giapponesi arrivarono a Singapore, gli Inglesi si arresero, l’uomo bianco e occidentale perse per sempre la sua battaglia in Asia Orientale. Il generale finì male, fu processato e impiccato dagli Americani dopo la carneficina di Manila, nelle Filippine. Altro che la solita fiera dei “prodotti tipici” e dei “luoghi caratteristici”. In poche parole, altro che la solita terza pagina. Piuttosto, meglio scrivere con il sangue sulle pareti mangiate dall’umidità di una cella di un manicomio.

pubblicato su “La Voce di Romagna” del 22 aprile 2010

Il venerdì è il giorno dei giorni. Prendo la macchina, imbocco l’autostrada, direzione Riccione. Vengo giù da Bologna, dopo una settimana passata nel mondo, immerso come sono nella sabbia del deserto, dove spesso l’angelo nero padrone del mondo si fa sentire, ci prova, finge di venirmi in soccorso per poi catturarmi per sempre. E ad ogni no, ad ogni piccolo no, si adira, si arma, imbraccia il suo arco malefico e prova a colpirmi. Ore 14.30, Riccione. Ogni volta che metto piede nello studio di don Giorgio, è come se mi trincerassi in quello che io considero l’ultimo fortino sicuro. Facciamo una chiacchierata, parliamo della predica di Pasqua, della preghiera di San Michele Arcangelo, del fatto che il Papa ha ricordato che la Chiesa sta facendo penitenza. Mi mostra una pila di santini con l’immagine di San Michele Arcangelo, ne prende uno e me lo brandisce di fronte, me lo regala come un vecchio cavaliere regalerebbe l’unica spada in grado di abbattere il nemico ad un cavaliere più giovane. D’altronde è vero: certi demoni si scacciano solo con la preghiera e la penitenza. In un profondo silenzio, cacciando le tentazioni come la peste. Quanto più si è detto di sì a Dio, tanto più sarete tentati, sedotti, avvicinati da chi vuole corrompervi l’anima. Quanto più cercate di seguire Dio e non il mondo, tanto più sarete attaccati, perché se lo spirito è pronto, la carne, i sensi, la gola sono troppo deboli. Ecco perché al male, che esiste, c’è, basta guardarsi attorno, di come va il mondo, di come va in casa vostra, di come va nelle stanze ammuffite del potere, dove si respira sempre di più aria di zolfo, al male si risponde così, combattendolo con il silenzio, la preghiera, la penitenza. Amore e Sacrificio. Con il male non si discute. Vincerebbe lui. Nessuno se non Dio può tenergli testa. Aprite ogni tanto il Nuovo Testamento, guardate la risposta di Gesù, quando veniva tentato nel deserto. Risposta secca. Zero giri di parole, zero discorsi. Colgo la palla al balzo, ecco come dev’essere la Chiesa, ha ragione Davide: essenziale, scarna. Siate pronti. Sarà meglio che iniziate anche voi a costruire la vostra armatura. Chi perisce è perduto. Avete capito bene: per-du-to. Fosse il male della morte…

PREGHIERA A SAN MICHELE ARCANGELO

San Michele Arcangelo,

difendici nella lotta;

sii nostro aiuto contro la cattiveria e le insidie del demonio.

Gli comandi Iddio,

supplichevoli ti preghiamo:

tu, che sei il Principe della milizia celeste,

con la forza divina rinchiudi nell’inferno Satana

e gli altri spiriti maligni

che girano il mondo

per portare le anime alla dannazione.

Amen.