lug
14
2010
Se Riccione fa il “gioco delle tre carte” con i cittadini
Autore: andrea
A Riccione succede, da un po’ di tempo a questa parte, qualcosa che ha dell’incredibile. Provate a pensare ad una di quelle bancarelle che vi potrebbe capitare di trovare per strada, tra un incrocio e l’altro. Una di quelle bancarelle che fanno il gioco delle tre carte. E lì attorno ci sono dei soggetti (dire poco raccomandabili è un eufemismo). Uno fa andare le carte. “Questa vince, questa perde, questa perde”. E altri, sempre lì intorno, si fingono giocatori. Puntano, fanno finta di vincere. In attesa che arrivi un bel brocco da spennare.
Questo è lo scenario, tra il “magico” e il “grottesco” (ovviamente è illegale, quindi statevene alla larga) che, lo ripeto, potrebbe capitare di incontrare in strada. Altro è lo “scenario” reale che si manifesta a Riccione, in questi ultimi tempi. Chi di voi segue abbastanza la cronaca locale o chi di voi abita a Riccione, sarà già superinformato.
Parlo di una sorta di “gioco delle tre carte” che l’amministrazione comunale ha intavolato con i cittadini riccionesi. In zona Abissinia”spariscono” i parcheggi, spazzati via da una sciagurata convenzione che il Comune ha firmato con la società appaltante dei parcheggi interrati del nuovo lungomare. In poche parole, dove prima si poteva parcheggiare, oggi, all’Abissinia, non si può più fare. Parcheggi a raso spariti, perchè sennò, quelli interrati, chi li compera? Peccato che siano ancora tutti lì. Con la conseguenza che i cittadini, gli albergatori, e i turisti sono ancora più incazzati con l’Amministrazione.
Ma se i parcheggi liberi scompaiono in Abissinia, la stessa cosa accade in altri punti della città. Solo che lì, anzichè “trasformarsi” in parcheggi interrati nuovi di pacca, si trasformano in parcheggi blu. Della serie: “fora li palanchi”. Ma il “gioco delle tre carte” non è finito. Uno dei primi atti ufficiali della nostra splendida giunta, è stato, ormai un anno fa, la costruzione di una ventina di parcheggi nel Parco delle Magnolie.
Peccato però che questi parcheggi, costruiti proprio a ridosso degli uffici della “Cultura”, servano per i dipendenti comunali. Mica per i cittadini. Puff, magicamente apparsi così, dal nulla. Prima c’era l’erba, poi un parcheggino “comunale”.
Non è finita. L’abilità “magica” di questa giunta, ha raggiunto, recentissimamente, livelli di alta, ma che dico, altissima professionalità. Nessuno era mai riuscito a trasformare il verde in grigio, un parco in cemento. Ci hanno provato (e ci stanno provando) con il Parco del Tirso, quello famoso di via Ticino. Lì, sorgerà una bella palazzina (almeno questo è quello che l’amministrazione vuole fare per chiudere il conto con la società che ha costruito la nuova piscina).
Questa società ha tutte le ragioni del mondo. Ha eseguito un lavoro e deve essere pagata. Questo nessuno lo mette in discussione. Anzi, fossi nei panni della società in questione, sarei un bel po’ incazzato con il Comune, che ancora non mi paga. Qui, che sbaglia, è il Comune: possibile che per pagare si debba per forza “trasformare” il verde in cemento?
A forza di fare il passo più lungo della gamba, parlando di spese, prima o poi qualche strappo ci deve essere.
Ma non è finita. Notizia di ieri, l’amministrazione sta asfaltando anche la zona verde tra la nuova piscina e il nuovo palazzetto delo sport. Per farci cosa? Un parcheggio!
Fantastico! E’ proprio come nel gioco delle tre carte. Prima il parcheggio era lì, poi non c’è più, poi ricompare ma tinto di blu, poi scompare di nuovo e ricompare dove prima c’era il verde. E così il verde pubblico…prima era lì, poi non c’è più….
Si dice che la politica sia in crisi, che non sappia più rispondere alle esigenze della “gente”, che si perda in mille rivoli, personalismi, interessi e giochini di potere. Un po’ sarà anche vero. Il punto è che lamentarsi non serve a nulla e a nessuno. E’ anche una questione d’età: sopra i “quaranta” il lamento diventa un passatempo per chi lo mette in pratica e una vera e propria “rottura” per chi ascolta; sotto i “trenta” invece, il lamento, dovrebbe essere proibito, un tabù. Bisogna rimboccarsi le maniche, se c’è qualcosa che non ci sta bene bisogna mettersi in gioco, provare a starci, a metterci la faccia. Gli uomini non si possono cambiare, ma le cose, qualche volta, sì. Prima di tutto cambiando noi stessi. Che la politica sia in crisi, lo capiamo guardandoci attorno: a Bologna il Commissario Cancellieri riscuote più successo di qualunque sindaco che i Bolognesi abbiano mai avuto. E se un po’ deve preoccupare il fatto che un funzionario dello stato, non eletto dai cittadini, riesca a combinare di più di chi per anni è stato legittimato dal “popolo”, deve in un certo senso preoccupare il fatto che sia più piacevole ed educativo ascoltare parlare un Vescovo o un Sacerdote dei temi che possono interessare la “polis” piuttosto che qualsiasi politico, magari plurilaureato, e legittimato dal sistema democratico dei partiti. Faccio mio il sogno del Cardinal Bagnasco, che è poi quello del Cardinal Bertone e di Papa Bendetto XVI: il sogno di una nuova generazione di politici cattolici.
C’è un piccolo e semplice strumento che i Comuni possono adottare per aiutare le famiglie numerose e bisognose. Non costa nulla e porta piccoli ma concreti e tangibili benefici, vantaggi e agevolazioni alle famiglie che, proprio in questo momento storico, soffrono di più per la crisi e fanno fatica ad arrivare a fine mese. Sto parlando della “Family Card” (per chi non parla la lingua d’Albione, si tratta di una “Tessera Famiglia”), ossia una Carta emessa senza costo dai Comuni che permette a chi ne ha diritto, di ottenere agevolazioni e sconti applicati direttamente dalle aziende e dagli operatori commerciali. La Provincia di Roma e altri enti pubblici e Comuni ci hanno già pensato. Come funziona? E’ semplicissimo. Il Comune (o la Provincia) si siede attorno ad un tavolo con le categorie economiche e gli operatori commerciali dei centri storici e delle periferie che dimostrano interesse verso questa iniziativa e decide le modalità attraverso le quali individuare chi ha diritto ad ottenere la Family Card. Una delle modalità è quella di far muovere insieme il criterio del numero di figli e quello del reddito. Come fa già la Provincia di Roma. Dai due figli in su, più figli hai e più il tetto del reddito si alza. A scaglioni. Una sorta di “scala mobile” che richiede un reddito più basso per chi ha meno figli e un reddito più alto per chi ha più figli.
Se Pietro Nenni e Benito Mussolini fossero ancora vivi, se anzi potessero in qualche modo tornare in vita, ricominciare d’accapo la loro azione politica nella Romagna di adesso, sarebbe la fine. La Romagna li spedirebbe dritti dritti in manicomio, a due personaggi del genere. Non c’entra nulla l’ideologia. E non c’entra nulla nemmeno il fatto che, il fascismo di Mussolini nacque dal Socialismo, che Mussolini stesso era stato socialista, che Pietro Nenni aderì al Fascio di Bologna nel 1919, per poi distaccarsi subito, prendendo definitivamente la strada socialista. La Romagna del Duemila manderebbe Nenni e Mussolini in manicomio perché sono stati, chi in un modo e chi un altro, due personaggi che ci hanno messo la faccia, che hanno scritto la storia del Novecento, che hanno rappresentato un mondo a loro comune fatto di povertà e di soprusi, di solitudine, di idee che si agitavano nella loro testa dura e cocciuta, un modo di far politica, di vivere la politica lontano anni luce dalle veline in parlamento, dai paracadutati sul territorio, dalle liste bloccate, da una politica che, abbandonata persino la logica machiavellica del fine-che-giustifica-i-mezzi, ha finito per sposare una linea ancora più drastica, cioè quella dei mezzi-che-giustificano-altri-mezzi. Benito Mussolini a parte, ci sono almeno altri tre motivi, per i quali, la Romagna di adesso manderebbe di sicuro Pietro Nenni in manicomio. 

